Su di me

Non sono uno scrittore.

Questa è la cosa più importante che posso dire su di me. Sono una persona a cui piace scrivere. Scrivere non è la mia vita, vivere è la mia vita. La scrittura ne è un fugace riflesso, un istante immortalato sulla carta.

Io scrivo per leggere, per specchiarmi e riconoscermi nella narrazione dei miei stessi sentimenti, delle mie passioni e sensazioni. Ogni singolo elemento presente nelle mie storie, dal più piccolo oggetto poggiato su di uno scaffale al personaggio più influente, dal suono in sottofondo appena accennato alla più meticolosa descrizione di un ambiente, ogni cosa è un frammento, un granello di ciò che sono, di ciò che si muove dentro di me vivendo la mia vita nel mondo. Non pretendo che queste parole siano di facile comprensione, ma sono le uniche che possono esprimere la realtà tra le righe dei miei scritti.

A volte è questione di poche ore, una mezza giornata o una notte passata insonne, altre volte ci vogliono mesi o anni prima che una storia prenda concretamente forma, ma tutte hanno sempre la stessa costante in comune, sono interiori, nascono da ciò che mi viene lasciato dentro dalle esperienze che vivo, e non importa se sono brevi o lunghe, negative o positive, poiché non è l’esperienza in sé stessa che concepisce una storia, ma i sentimenti vissuti e lasciati dall’ esperienza stessa.

Alcuni hanno scritto di autori perseguitati dai propri personaggi ma è, a mio parere, una visione riduttiva e superficiale. Ogni personaggio vive in un mondo preciso, è mosso da necessità emotive precise, ed attraversa precise sfide vincendo o perdendo per una ragione, per il bisogno di chi scrive di rivivere un momento, un istante, una passione, una paura o una gioia, un amore perduto o mai avuto… A volte si crea una storia attorno ad un personaggio che rappresenti un dolore, un male da esorcizzare, qualcosa che abbiamo soppresso nel buio delle cose che non vogliamo vedere per paura di ammetterne l’esistenza, e quel personaggio nasce di propria volontà quasi uscisse dalla mano con decisione e prepotenza costringendoci a riconoscerlo, ad accettarlo come parte di noi, a farci pace abbracciando ciò che è capace di darci, salvandoci dalla nostra stessa paura.

Per questo ho imparato ad avere profondo rispetto per questa mia passione tutelandola dalle bieche leggi del mercato, partendo con un’idea più o meno elaborata razionalmente, ma lasciando poi che la storia si scriva da sola in ogni suo elemento, in ogni parola, in ogni frase, in ogni immagine descritta, poiché solo attraverso questa, spesso difficile, onestà posso ritrovare il vero me stesso riflesso nel racconto, solo così il mio scrivere raggiunge il suo scopo, tanto da rendere l’ultimo paragrafo, l’ultima frase sempre la più difficile da scrivere, perché equivale ad un addio, come una figlia ormai cresciuta che imbocca la propria strada, ed io non posso che essere fiero di guardarla andare sola, completa ed indipendente.

Ruolo e Significato di Senzanome


Fu Alessandro che mi chiamò proponendomi l’idea di pubblicare i nostri racconti in un’unica raccolta, ma uniti da un filo narrativo che li avvolgesse attraverso il tempo e lo spazio.

Da qui l’immaginario di un lontano, lontanissimo futuro, all’interno del quale ben poco fosse rimasto di tutte le civiltà e le epoche che nei secoli si succedettero.

Così pensò a due personaggi, due custodi della memoria erranti incaricati di raccogliere tutto ciò che potesse rappresentare una testimonianza di vita trascorsa, che si incontrano nel viaggio di ritorno confrontandosi sui propri ritrovati, riportando il tutto all’entità superiore che ha affidato loro quest’importante incarico. L’idea era molto interessante e l’abbracciai subito, ma inevitabilmente emersero dai nostri rispettivi modi di vedere le prime differenziazioni, che ad un occhio esterno potrebbero sembrare ostacolanti, invece sono i più solidi mattoni che costituiscono la struttura di quest’opera.

Proprio come i due personaggi che ci rappresentano in questa realtà/culla, io e Alessandro siamo diametralmente opposti, talvolta discordanti e in conflitto, ma mai nemici, e abbiamo fatto in modo di creare i nostri alter-ego proprio in rappresentanza delle differenze che hanno sempre nutrito il nostro rapporto.
Rispettivamente Ash-Raam (Alessandro) e Kuruō-Mah (Gabriel) si muovono nel medesimo mondo ma in due modi e spazi differenti, come le due sponde di un fiume simbolico.

Ash-Raam è fedele alle antiche promesse ed al proprio dovere verso la dottrina e la rettitudine morale, al contrario Kuruō-Mah è pervaso dalla necessità di esplorare la profondità dell’animo
umano, attraversandone il turbinio di passioni e tormenti fino a raggiungere la reale fonte di
ciò che in superfice viene chiamato sentimento.

A tal scopo il giovane allievo coltivò in segreto un tipo differente e proibito di meditazione, che lo portò a sviluppare una capacità inaccettabile per la dottrina, che consisteva nel riuscire ad avvicinarsi al mondo degli spiriti abbastanza da poter vedere, e rivivere, tracce mnemoniche ancora legate al mondo terreno, convinto che fosse proprio la forza dei sentimenti vissuti a mantenere in vita questo legame. Ignorando completamente il rischio di venirne assorbito creando un pericoloso paradosso spirituale.


Questo l’incipit del personaggio di Kuruō, che rifiutò radicalmente la dottrina impartitagli non vedendola in altro modo se non come una prigionia, al punto da rifiutare perfino il nome sacro datogli dall’anziano maestro al momento della sua nomina e ribattezzandosi Senzanome.


La ragione di questa ideazione risiede nel ruolo rappresentativo del personaggio come specchio del mio carattere e della tipologia di racconti che scrivo, e di storie alle quali mi appassiono. Non avendo mai avvertito la necessità di volgere sguardi di cieca ammirazione verso idoli o ideali, fin da giovanissimo ho sempre considerato eroe chi sceglieva se stesso e il proprio cuore, piuttosto che imbracciare arma e bandiera, vestendosi di simbologie religiose per onorare il dovere impostogli fin dalla nascita o tramite ricatti morali.

Ciò che mi ha sempre “rapito” nella narrazione è il peso della scelta, l’importanza dei propri sentimenti davanti a ciò che ne ripudia l’esistenza, il coraggio di rifiutare costruendo da sé il proprio percorso. Io scrivo di personaggi che si muovono in sentieri impervi, salvatori di se stessi in realtà opprimenti e castranti, premiati dal corso delle cose nel momento in cui trovano il coraggio di vivere la propria individualità e difenderla in quanto tale, attraverso l’onestà interiore verso il proprio sentire.

Questa è la mia idea di protagonista, e questo rappresenta il personaggio di Senzanome, così come i racconti da me scelti per questa raccolta narrativa, recuperati dalle tracce di memoria che egli ritrova nel suo peregrinare, ricordi di sentimenti sopravvissuti per essere provati ancora una volta.

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