Paludi di vetro

1

UN’AFFASCINANTE RESIDENZA

Ero appena giunto alla residenza De Laurentis, nome davvero insolito ma ne avrei approfondito la provenienza in seguito, o almeno così credevo. Il cielo aveva pensato bene di farmi passare la voglia di esplorare il territorio circostante inviandomi gentilmente una pioggia scrosciante; poco male, ero stato fornito di tutto il necessario per attenderne la fine senza problemi. La casa era, e lo è ancora, splendida, piena di oggetti di raffinata fattura dalle provenienze più diverse. Man mano che accendevo le lanterne esplorandola, ne scoprivo il gusto fine e paziente nel cercare e sistemare l’oggetto giusto nel punto giusto.

Senza dubbio raccontava la storia di una lunga vita, ricca di incontri ed esperienze, viaggi e scoperte. La donna che abitava quella casa, pensavo, doveva essere stata senza dubbio piena di curiosità e passione. La Jarl di Korthal mi aveva chiesto personalmente di indagare sulla casa e sul territorio circostante, sperando che trovassi il modo di scongiurare una nuova ondata di oscuri eventi come quelli che si verificarono in passato.

Del resto era comprensibile, era stata nominata durante il momento più buio della guerra, e quindi tutti si aspettavano che fosse lei a consolidare la ricostruzione. Ma io ero entusiasta di quell’incarico, poiché mi avrebbe permesso di immergermi per la prima volta nella vita di una creatura delle tenebre, una vera Figlia della Notte.

– Ah! – mi dicevo – Se i pomposi colleghi dell’università sapessero l’occasione che mi è stata data, sono certo che l’invidia li corroderebbe come il veleno dei ragni delle grotte.

2

PRIMA NOTTE

Trovavo affascinante lo stile strutturale della casa, signorile ed esotica allo stesso tempo, niente a che vedere con il mero pragmatismo dell’architettura qui al nord.

L’indomani l’avrei meglio analizzata con la luce del sole, ma con quella pioggia battente che risuonava sul tetto, e i tuoni che riecheggiavano lontani, volevo godermi quella prima notte come ospite della residenza De Laurentis.

Avevo già avuto modo di constatare fenomeni che testimoniavano la presenza di un’irrequietudine ultra terrena, non avrei accettato l’incarico altrimenti, ma passarci la notte lo consideravo ancora un privilegio: chissà quali esperienze mi avrebbe serbato il buio… Quella notte non avrei chiuso occhio per l’eccitazione…

3

IL COLORE DEL VUOTO

Mi sentivo come avessi dormito per un’ intera settimana. Ero spossato, svuotato, come privo di pensieri, come una pergamena dove fino ad un momento prima era scritta un’intera vita e ora fosse tornata allo stato originale.

Strano come il senso di vuoto venga abitualmente associato all’oscurità, scuro è l’inchiostro con il quale un’esistenza si trascrive, ma la vera assenza è pallida come la neve che ancora non ha incontrato nulla sul proprio cammino. Non ci avevo mai pensato fino a questo momento. Stava ancora piovendo copiosamente…

4

RISVEGLIO

Quando mi ero alzato il sole già stava tramontando. Ne ero sorpreso sì, ma sollevato allo stesso tempo. Sotto la pioggia che nel frattempo aveva allentato la propria discesa, guardare quell’argentea luce ritrarsi dietro le pesanti onde marine mi trasmise la sensazione di osservare l’allontanarsi di un fardello.

Ma oltre a questo, ben altro mi stava trasmettendo un percepire del tutto nuovo…

Steso nel letto nella stanza degli ospiti, nel lato est del piano superiore, ero ancora in uno stato completamente inerme, ma lentamente mi stavo rendendo conto di quanto stessi… sentendo. Uno a uno scoprivo nuovi odori, suoni, sensazioni…

La superficie della mia pelle era come una mappa sulla quale si stesse ridisegnando il mondo circostante, ogni mio senso mi riempiva della consapevolezza di ogni oggetto nella stanza, ogni stoffa, metallo, legno…

Senza avvicinarmici avevo la netta sensazione di poter toccare le braci che si consumavano nel camino, senza aprire gli occhi né tanto meno muovermi, come se tutto il mondo, un dettaglio alla volta, mi stesse attraversando l’anima.

Per questo uscii dalla stanza, percorsi il corridoio, superai le ampie librerie, e aprii la porta che dava sul grande terrazzo che, a sua volta, si affacciava su un curatissimo giardino ma soprattutto su una meravigliosa vista delle pittoresche coste ghiacciate: perché ero irresistibilmente spinto ad uscire, a sentirmi in contatto il più possibile, il più a fondo possibile. Non avevo mai vissuto un’esperienza simile, un così forte bisogno di liberarmi, sentendomi unito a tutto, per la prima volta vivo perché parte di qualcosa di infinito. Non sapevo davvero che cosa aspettarmi di lì in avanti…

5

LA NAVE MORTA

Sentivo fortemente il bisogno di immergermi, di sentire il calore del mio corpo disperdersi nell’acqua, così gettai le mie vesti e mi tuffai, spingendomi verso l’orizzonte. Ma poi, nel canto ovattato che si ode immergendosi in profondità, mi sentii chiamare, come da tante fievoli voci lontane…

Che fossero reali o no, venivano da una nave, sospesa nel buio tra le rocce; risalii appena per respirare e poi immediatamente tornai, poiché me ne sentivo profondamente attratto, eppure… mi bloccai. Osservandola, così incrinata e priva di vita, mi appariva maestosa e piena di ricordi, di testimonianze, una memoria intrappolata ma, allo stesso tempo, custodita da un silenzio giunto troppo in fretta e troppo violentemente.

Forse erano quelle le “voci” che credevo di aver udito, ma chi mi dava il diritto di strapparle alla pace dell’abisso nella quale erano avvolte? Cosa mi legittimava a violare quell’equilibrio?

In quel momento ebbi la netta sensazione di essere un intruso, una violenza per tutto ciò in cui ero immerso, e con un’amara sensazione nel cuore tornai indietro, verso casa. Non ricordo di essermi mai sentito così turbato prima di quel momento…

6

IL PESO DELLA RINASCITA

Turbato da quelle sensazioni contrastanti, seduto a terra davanti al fuoco intenso del grande camino, nella sala centrale della residenza, cercavo di comprendere quali domande dovessi pormi per raggiungere le giuste risposte, ma senza alcun risultato. Non potevo far altro che constatare le circostanze.

In una sola notte in quella dimora avevo vissuto un cambiamento, uno stravolgimento oserei dire, tanto profondo da portarmi a chiedere chi stessi diventando: ero così anche prima? Dunque era stato un risveglio? Una rinascita?

I miei sensi erano amplificati, così come la mia resistenza, assieme ad un dominante bisogno di riunirmi con la natura, ricercandone ogni sua parte, ma non era questo il vero punto. Chiunque, nuotando in quelle acque, si sarebbe congelato in un istante, io invece me ne sentivo nutrito, rinvigorito, ma anche protetto.

Ma allora perché mi ero sentito spaventato da ciò che vi avevo trovato? Dentro di me si stava concretizzando l’idea che nella mia memoria ci fosse qualcosa di bloccato, e ciò cominciava ad inquietarmi…

7

INVITO SOTTO LE STELLE

Non riuscivo a prendere sonno quella notte, troppe e troppo intense le sensazioni… Steso sul pavimento osservavo, attraverso la vetrata della sala, il cielo stellato muoversi lentamente lungo il suo inesorabile cammino, tentando di rilassarmi, di calmarmi, ma mi era impossibile.

Qualcosa stava crescendo dentro di me, come una pianta avvelenata che insinuava le proprie radici nei miei organi e diramava i suoi rami nelle mie vene. Ero preda di una creatura che presto sarebbe stata pronta ad uscire, ma con essa cresceva anche la mia paura. Cosa mi stava succedendo?

Cosa stavo diventando?

Più cercavo di comprendere e più mi sentivo affondare in un disarmante senso di impotenza… Poi ecco, accompagnato da un delicato ma penetrante soffio gelido, un sussurro, un richiamo bisbigliato delicatamente all’orecchio, come un segreto invito passato durante un ballo in maschera, e le candele che avevo acceso nella casa si spensero immediatamente.

8

COME UN CANE FEDELE

Le fiamme del grande camino si erano fatte verdi come fumi di smeraldo, irradiando una macabra luce di minaccia in tutta la stanza, creando inquietanti ombre dai minuscoli occhi fiammeggianti, che osservavano ogni mio movimento come felini pronti a strapparmi la vita dal corpo.

Ma quel bisbiglio, quel sussurro, mi attirava a sé con una forza crescente; non potevo oppormi, ma non con il corpo, piuttosto con la volontà, sentendomi come se il mio spirito venisse stretto sempre più forte tra le dita di una gelida mano.

Come un cane fedele seguii quel richiamo oltre la sala alle spalle del camino, verso uno spazio di accesso arredato come un elegante e più riservato salotto, che a sua volta cedeva l’accesso alla biblioteca e ad una scalinata scendente con gradini in splendido marmo e corrimano in ferro finemente decorato. Ma dove mi avrebbe condotto?

Non avevo ancora veduto la parte sotterranea della casa…

Appena sceso mi sentii avvolto da un profondo e violento odore di sangue e la porta in ferro con sopra intagliato uno dei più oscuri marchi rituali che potessi temere di vedere si aprì davanti a me, e senza nemmeno rendermene conto fui all’interno.

9

LA STANZA DELLE ANIME

Mi trovai immerso in un luogo che definire oscuro e spaventoso sarebbe stato inutilmente insufficiente. Lo spazio era, ed è tutt’ora, abbastanza vasto da corrispondere all’intera struttura centrale della casa, composto da diciotto volte incrociate a sezione ellittica disposte su tre file, interamente in mattoni di pietra di emenite.

Le due file esterne erano delimitate da spesse inferriate, le cui aste erano intagliate con sconvolgente precisione, mentre nella fila di centro era fissata, ad ogni pilastro, la scultura in bronzo di una figura piangente che sorreggeva con le proprie mani l’olio per alimentare il fuoco; ognuna era in una diversa posa ma ciascuna esprimeva disperazione e dolore. Dai pilastri sembravano fuoriuscire volti, anime in pena intrappolate nella pietra, e ogni singola asta di ogni inferriata, che trasformavano le volte in prigioni, era intagliata con rappresentazioni di orrendi mostri in tormento.

Al mio primo passo tutte le fiamme sulle mani delle statue si accesero in successione verso il fondo del colonnato, nella medesima luce smeraldo delle fiamme del camino, illuminando gli spaventosi strumenti di tortura celati in ogni cella.

Il terrore si impossessò di me quando tutt’intorno presero a riecheggiare pianti e fievoli lamenti di dannati, per i quali nemmeno la morte aveva potuto rappresentare la salvezza. Ma cosa succedeva qui? Chi era davvero Alma De Laurentis?

Solo la necessità di una risposta che desse un senso a quell’incubo mi spinse fino in fondo, ad una diciannovesima volta, comparsa come dal nulla, innalzata su un pavimento in marmo nero e decorata come un tempio privato.

Al centro era distesa una grande bara, raffinata e di legno particolarmente pregiato con rifiniture in argento, ma sigillata.

Sulla parete di fronte a me, invece, erano appesi quattro grandi dipinti rappresentanti quattro dame, di epoche diverse a giudicare dalle vesti, ma tutte portavano il medesimo cognome De Laurentis.

Le antenate dunque della proprietaria di questa residenza? Ma una cosa mi colpì: tutte le donne rappresentate avevano tre nomi e, per puro caso o per intuizione, mi accorsi che le iniziali dei rispettivi secondi nomi formavano proprio il nome Alma.

10

COSTRETTO

Ero bloccato, inerme, terrorizzato…

Mi sentivo intrappolato nella tana di un mostro, ma anche amaramente deluso. Pensare che quando la Jarl di Korthal mi aveva affidato l’incarico di indagare ero entusiasta, così eccitato e impaziente di scoprire la donna dietro la leggenda; mai mi sarei aspettato che l’oscurità dei suoi intenti fosse tanto profonda. Davanti al privato antro di riposo della Figlia della Notte che tanto mi aveva affascinato, mi ero sentito profondamente stupido.

Ero esattamente dove volevo essere, avevo ottenuto ciò che tanto avevo agognato, e dunque? La biasimavo per essere reale? Per non essere più una mia privata fantasia? Ma cosa stavo facendo? Cosa stavo aspettando?

Qual era il vero motivo che mi stava impedendo di fuggire da quel luogo?
Un suono, lancinante e penetrante quanto un fulmine che lacera il legno, mi stava d’improvviso trapassando la mente costringendomi in ginocchio a gridare dal dolore con tutto il fiato che avevo in corpo. Fino a quel momento non avevo mai provato nulla di simile, credevo che l’inferno stesso fosse venuto a prendermi e mi stesse tirando a sé nell’oblio della mia stessa dannazione.

Quando, oltre ad un dolore spietato, l’unica cosa che riuscivo a percepire era la vita che mi abbandonava, tutto svanì, improvvisamente così come era giunto, lasciandomi esanime a terra, immerso nel più totale silenzio.

11

LO SPECCHIO D’ARGENTO

Non potevo reggermi in piedi senza aggrapparmi, la vista era annebbiata e quegli inquietanti lamenti li sentivo più nella testa che intorno a me; ma appena alzato lo sguardo, lo vidi stagliarsi dinnanzi bloccandomi ogni possibilità di fuga, lasciandomi una sola scelta: restare o proseguire…

Lungo i suoi margini erano intagliati bambini, con ali di pipistrello e piccole corna fuoriuscenti dalle loro fronti, che sorreggevano la struttura composta da corpi di serpenti intrecciati tra loro come in un amplesso.

Era uno specchio, un grande specchio interamente d’argento, lavorato in maniera eccelsa ma spaventoso, terrificante…

Ciò che vi era riflesso era sì lo spazio alle mie spalle ed intorno a me, ma non come lo vedevano i miei occhi; nessuno potrebbe mai capire il terrore di ritrovarsi davanti ad un simile oggetto e sentirsene inesorabilmente vittima.

Le figure in bronzo fissate ai pilastri delle arcate al di là dello specchio erano vive, costrette a subire il dolore di sorreggere il fuoco tra le proprie mani, così come erano in carne ed ossa i volti dei poveretti imprigionati nella pietra dei colonnati; le fiamme erano di un vivido colore vermiglio e il pavimento era del tutto immerso nel sangue.

La visione di quell’incubo ripugnante mi paralizzò, mi incatenò dalla paura, ma poi dal fondo buio vidi avvicinarsi la figura di un grande cane nero col muso cuneiforme, orecchie appuntite ed erette, una forte struttura allungata e pelo folto, specie intorno al collo, quasi a formare una criniera; le sue zanne grondavano sangue e i suoi penetranti occhi erano dello stesso verde smeraldo che mi circondava.

Le sue dimensioni erano tali da fargli incrociare lo sguardo alla stessa altezza del mio e in quel momento, in quell’istante, non so come meglio spiegarmi… Mi sentii davanti al mio stesso riflesso, per la prima volta in tutta la mia vita.

12

IL VORTICE DELLA COLPA

Riaprii gli occhi senza ricordare quando li avessi chiusi. Ero nudo, tremante per il freddo che mi costringeva rannicchiato, come un fanciullo spaventato dalla profondità del mondo.

Mi trovavo in un ambiente in rovina scavato nella pietra, un grande spazio circolare, con pavimento in lastre e contornato da alte coppie di colonne che sorreggevano lo scheletro di una cupola il cui soffitto non era altro che il vorticare inquieto delle nubi che pervadevano il cielo notturno; e quello che appariva come un oscuro vortice sopra di me trasmetteva un pressante senso di schiacciamento, di vertigine, come se l’aria stessa volesse tenermi imprigionato laggiù.

Non potevo fuggire, non questa volta, non più…

Intorno a me giacevano i corpi di uomini equipaggiati come cacciatori e straziati come non avessero mai avuto vita, e come il cielo che sovrastava le rovine anche il sangue di quegli uomini si muoveva circolarmente, formando una spirale lenta e silenziosa come lo strisciare di una massa di serpenti.

Sapevo che cos’era quel luogo e cosa rappresentava per me, e tutto stava acquisendo un senso, un significato preciso.

Ero.. tornato nelle rovine di Vahlshammar, dove avevo troncato con una parte del mio passato seppellendovi la mia memoria.

Avrei dovuto sapere che si trattava solo di una mera illusione: come potevo credere di poter sfuggire, di nascondermi da me stesso? Questo dunque era il potere che una Figlia della Notte aveva saputo esercitare su di me?

Costringermi a tornare indietro incrociando il mio stesso sguardo nello specchio?

13

INNOCENZA TRADITA

Ormai… sapevo.

Dove mi trovassi e perché.

La consapevolezza mi ribolliva dentro, risalendo dalle viscere più profonde fin quasi a soffocarmi, con un crescente senso di rifiuto verso me stesso e ciò che sapevo essere immediatamente dietro di me.

Mentre la spirale di sangue mi costringeva a voltarmi, combattevo contro il pressante desiderio di pugnalarmi con una delle lame di quei cadaveri, di uccidermi pur di porre fine a tutto, ma era troppo tardi. Sarei soltanto finito come quelle anime intrappolate nel sotterraneo, dannate da null’altro che i propri intenti.

Così, arrendendomi e volgendo lo sguardo alle mie spalle, la vidi: di nuovo e per la prima volta allo stesso tempo. La vergogna che mi stava attanagliando mi dava l’impressione che il mio corpo si rattrappisse sotto il peso della colpa poiché, sotto i miei occhi, era disteso il corpo di una fanciulla di non oltre tredici anni, che quegli uomini, incendiati da una bieca superiorità morale, avevano cacciato come una bestia fino a quelle rovine, giudicandola discendente del male assoluto a seguito di infami dicerie e desiderio di ripicca.

Ricordo ancora le urla terrorizzate della piccola, e le parole di quei… cacciatori: – Non è una bambina, è una sporca vampira! Non è altro che un sudicio mostro, uccidetela!

Ma io non ero meno folle di loro, e pervaso dal desiderio di vendetta e prevaricazione mi posi a sua difesa attaccando quei lordi cacciatori con tutta la violenza che il cuore mi permetteva, anche oltre alle mie stesse forze e alla capacità di controllarmi. Quando tutto fu finito, ed immobile, mi resi conto che non c’era più vita in quel luogo: la bambina giaceva a terra con le vesti bagnate dal suo stesso sangue. Sangue che io avevo versato!

A tal punto era arrivato il mio egoismo?!

Convinto di pormi come salvatore, mi ero rivelato un volgare omicida… e un traditore.

14

IL SUO NOME ERA GERDA

Stringendo il suo corpo tra le braccia, il suo sangue mi bruciò la pelle tanto da farmi tremare dal dolore, ma non me ne importava, poiché avevo visto qualcosa di ben più importante. Al suo collo era appeso un prezioso pendaglio, una sottile catenina d’oro che reggeva la figura intagliata di una fata dei boschi. Sul retro della figura erano incise le parole: Alla mia dolce Gerda.

Così, la mia colpa aveva quindi un nome, un’identità, una storia, qualcuno che l’amava, qualcuno che voleva proteggerla, vederla crescere, sentirla ridere, asciugarle le lacrime e stringerla tra le braccia. Correrle dietro quando correva entusiasta in luoghi troppo pericolosi, insegnarle a leggere e scrivere e chiedersi da chi avesse preso quel carattere… E io avevo spezzato tutto questo.

Quante persone erano state tradite dalla morte di Gerda? Quante la stavano ancora aspettando? Quante la stavano piangendo? Tutto perché non ero stato in grado di mantenere il controllo, perché non ero stato capace di distinguere i miei nemici da chi avevo deciso di proteggere, perché avevo posto la mia volontà al di sopra di tutto. Ora lei era morta e a cosa era servito tutto questo? A niente, e io non ero altro che un assassino il cui fallimento era costato la vita all’unica persona innocente presente in quel momento.

15

ZANNE LUCENTI

Piansi, come mai prima.

Ripiegato su me stesso senza vesti, senza difese, senza più alcuna intenzione di cercare salvezza; il dolore che dal cuore mi fuoriusciva sotto forma di lacrime era talmente intenso da essere incomprensibile oltre che inarrestabile, poiché in quel momento mi stavo specchiando negli occhi spenti di un crimine imperdonabile, e l’unica cosa che volevo era esserne finalmente punito.

Improvvisamente sentii le mani vibrare come percorse da qualcosa; guardando il sangue che ancora mi bruciava le carni come ghiaccio che scioglie la pietra, vidi nel rosso riflesso un’ombra attraversarmi. Immediatamente dopo sentii avvicinarsi alle mie spalle un ringhio, pesante, profondo, come il fuoco liquido che ribolle nel cuore di una montagna.

Voltandomi vidi brillare nitidamente le zanne di quell’enorme cane nero, nella profondità del sangue che ancora vorticava stringendosi intorno a me come una prigione, come un’agonia. Appena incrociò il mio sguardo balzò fuori dalla rossa spirale, e come un enorme drago si posò dinnanzi a me facendo tremare le rovine e la roccia stessa, pronto a dilaniarmi, con gli occhi accessi dello stesso odio che mi aveva pervaso di fronte a quei cacciatori.

Ma per me era un sollievo, l’esito di un incubo da troppo tempo rifuggito, la giusta vendetta di una colpa insopportabile. In piedi, guardando Gerda un’ultima volta, aprii le braccia pronto ad accogliere finalmente la fine.

Mentre i suoi artigli crepavano il pavimento e le sue zanne si riflettevano nel sangue, volsi lo sguardo alle stelle implorando una e una sola richiesta: che la mia anima non fosse mai salvata e fosse in eterno dannata!

16

OBLIVIUM

Ciò che vidi e vissi dopo che l’enorme cane nero mi assalì non posso spiegarlo, poiché l’Oblio non può essere né descritto né classificato.

Non è qualcosa che si possa imprigionare tra le fredde sbarre di una rassicurante razionalità, non è un luogo, non è una destinazione… L’Oblio è… il filo impercettibile che divide e unisce l’essere fuori e dentro l’acqua, la differenza tra esistere e non esistere, è l’istante dello spirare, oltre l’ultimo battito e prima del trapasso.

Oblio è dove nascono gli spiriti e non è fatto per essere piegato alle bassezze delle menti umane. Per questo non posso spiegare ciò che vissi in quell’istante, tantomeno ho la benché minima intenzione di provarci; ma quando i miei occhi di carne si riaprirono, il cielo stellato brillava di una notte libera dalle nubi e tra gli alberi che popolavano le paludi soffiava una brezza leggera. Sì, ero tra le paludi, sciocco chiedersi perché in quel momento.

Specchiandomi nella vitrea limpidezza dell’acqua, finalmente capii.

Il grosso cane nero che avevo visto nello specchio, che mi aveva costretto a tornare al passato da cui avevo tentato di scappare, che mi aveva portato ad affrontare ciò che più odiavo di me stesso, ero io, ero sempre stato io, così com’era mio il bisogno di percorrere quell’oscurità attraversando uno specchio che non ha mai riflesso altro che me stesso.

17

LA FIGLIA DELLA NOTTE

Negli ultimi momenti di quella notte così intensa, in cui mi stavo abbandonando alla completa sensazione di una congiunzione con tutto ciò che mi circondava, fui interrotto da un suono sottile e penetrante, un distorto stridore che si avvicinava velocemente alle mie spalle distorcendo il movimento dell’aria intorno a me.

Mi voltai e vidi avvicinarsi uno stormo di pipistrelli grossi come falchi, famelici come tigri, uniti in una feroce nube nera che, volando stridente tra gli alberi e cingendo l’intero perimetro della residenza come in un sinistro abbraccio per poi vorticare intorno a me, mi parlò come mi conoscesse da tempo.

La voce femminile che udii era profonda e penetrante, risuonava in tutto l’ambiente circostante, coinvolgendolo a tal punto da costringere tutto ad un improvviso silenzio.

– Credi dunque che sia finita qui? Che tutto si concluda così facilmente? Non vorrai deludermi proprio ora… –

Mentre indugiavo sul suo tono seccato, lo stormo si innalzò verso il cielo per poi discendere vertiginosamente nell’acqua, fondendosi in un’unica ombra che assumeva sempre più sembianze femminili; il tutto in un attimo, così come di lì ad un istante dopo, quella stessa oscurità che aveva inghiottito i volatili al contatto con la palude rivelò dolcemente l’identità della creatura capace di una simile prodezza, come liberandola da un abbraccio protettivo. Una figura elegante e fiera, con indosso un raffinato cappotto rosso scuro lungo fino ai piedi, finemente ricamato in nero, con un folto collo di pelliccia argentea che le copriva le spalle e la schiena; i capelli corvini raccolti a spirale dietro la nuca facevano risaltare il viso candido e severo, e in contrasto con la neve e il ghiaccio circostanti il suo sguardo brillava di un’incandescente luce vermiglia, intensa come quella del fuoco che avevo visto nello specchio. Era intimamente fusa con ogni elemento notturno la circondasse, come se la notte stessa, con tutto ciò che racchiudeva, le appartenesse e fosse parte di lei.

Alzò delicatamente la mano destra affianco del suo viso, un grande corvo le si posò sul polso come rispondendo ad un ordine preciso, e volgendo lo sguardo su di me, con tono fermo mi chiese: – Il nome Kai Nordin significa ancora qualcosa per te? –

Era Alma De Laurentis, ed era davanti a me.

18

ABBRACCIATO DALLE OMBRE

Non potei spiegare nemmeno a me stesso cosa provassi in quel momento: avevo raggiunto la tanto agognata meta, lo scopo che mi aveva mosso fino a quel luogo, ma tutto si era come rivoltato contro di me, trasformando il mio viaggio nella più dura presa di coscienza che potessi affrontare. E non avrei mai pensato di esserne in grado.

Poi eccomi dinnanzi alla Donna che da anni avevo sognato, dipinta da leggende, paure e ricerche, indagini dagli esiti contraddittori e spesso a vuoto.

Come un’imbarcazione in balia del mare sconvolto dai venti, ero pervaso dalle passioni più profonde, così vive da non riuscire a comprenderle, vederle, potevo solo subirle, smarrito nel caotico turbine del mio stesso animo.

Nelle mie acquisite sembianze di cane oscuro, potevo vedere il vero mondo in cui ero immerso, immensamente più vasto e vivo di quello materiale nella cui esclusiva esistenza credevo come semplice uomo.

Nella profondità delle ombre vidi e sentii spiriti librarsi danzanti come fumi da una pipa sottile, dalle più intense passioni, come fossero segni incisi nel velo dell’Oblio. Vidi l’oscurità pregna di esistenza abbracciare la figura di Alma come in una mistica e delicata unione tra un intero mondo e il buio intorno ad esso.

Attraverso tutto questo, la voce della mia Signora, così come sarebbe presto divenuta, mi attraversò il cuore come il soffio di un vento capace di attraversare il cielo in tempesta. Kai Nordin non poteva non significare ancora qualcosa per me, e Lei lo sapeva bene, poiché quello era il mio nome: io ero e sono Kai Nordin. Avevo tentato di liberarmene, di rinnegarlo, ma avevo solo ritardato l’inevitabile.

Il mio nome mi rappresentava, simboleggiava la mia persona e nominava in me tutto il mio cammino; ecco quindi il significato di questo tortuoso sentiero che mi aveva condotto fino a quelle paludi, ecco il senso di ciò che avevo vissuto attraversando l’inattraversabile Oblio. In nessun momento della mia esistenza avevo mai abbandonato il mio cammino, poiché semplicemente lo stavo scrivendo ad ogni passo, ad ogni movimento, ad ogni scelta. Ecco perché era stupido pensare di poter sfuggire a me stesso, poiché sono sempre stato io a scegliere quali carte giocare.

– Kai Nordin è il mio nome –

le risposi.

– Può non significare nulla e rappresentare tutto nel medesimo istante ma non ha importanza, perché nel mio cuore pronunciarlo significa accettare ciò che sono, riconoscermi in esso equivale a riconoscermi in ogni istante del mio cammino su questa terra.

19

NUOVA VITA

Accennando ad una piccola risata compiaciuta, Alma lasciò andare il grande corvo che dal suo polso si innalzò per poi posarsi su uno dei davanzali della residenza proprio di fronte a lei, attendendola.

Con passo lento e sicuro, l’oscura Dama si incamminò verso il retro della sua dimora dove, oltrepassato un cancello posto a proteggere un curatissimo giardino di piante tra le più velenose, una scalinata in pietra scura, delimitata da una ringhiera in ferro battuto, conduceva ad un grande terrazzo costruito al di sopra dell’ala sud della casa, dal quale si poteva ammirare il panorama del mare roccioso oltre le coste di Korthal.

Salendo i gradini reggendosi elegantemente le vesti e sedendosi ad un ampia sedia in legno, accolse nuovamente l’oscuro volatile sul proprio polso destro, raccontandomi:

– Quando giunsi in questo luogo innevato per la prima volta, non ero altro che una fanciulla impaurita, tremante, con il viso straziato dalle lacrime e il cuore dalla vergogna. Ero stata convinta di essere la privilegiata scelta di un uomo illustre, affascinante, lusinghiero, ricco di esperienze e conoscenze, un uomo che poteva avere tutto e aveva lottato contro una famiglia conservatrice e diffidente per avere me: una giovinetta adottiva che ancora guardava al tramonto con occhi sognanti, profondamente emozionata e persuasa dalla promessa di una vita libera, sfarzosa e mai noiosa. Così l’avevo seguito.

Lo avrei seguito anche in capo al mondo, avrei sopportato tutto pur di vivere il sogno di quella promessa, pensando all’invidia scatenata negli occhi delle mie sorellastre e contando ogni passo che allontanava il mio passato da me. Ma il cuore di una fanciulla non poteva riconoscere i segni del mio destino scritto da quella nefasta decisione.

Dopo due mesi di viaggi per mare, in cui ero stata segregata da una porta chiusa e da parole coercitive, mi ritrovai gettata in un incubo così profondo da essere incomprensibile, fino a quando il dolore fu pari soltanto al disgusto che provai verso il mio stesso corpo. Violata e tradita, nella sudicia grotta dov’ero tenuta pregavo la morte di salvarmi e portarmi via per sempre dal mondo.

Poi, una notte, sentii un sibilo dietro di me, mi voltai, e la luna attraverso la minuscola apertura che mi era concessa illuminò l’elsa di un pugnale che si era conficcato nel collo dell’uomo a guardia della mia porta. In quel momento tutto ciò che provavo converse in un’unica volontà: uccidere!

Agii come pervasa da una forza sconosciuta, uccisi tutti coloro che mi trovai dinnanzi, tutti! Mi mossi silenziosa e immersa nel buio, senza mai voltarmi indietro, poi fuggii. Corsi con tutto il fiato che avevo in corpo e ben oltre ancora, fino a crollare a terra priva di forze e forse di vita.

Quando riaprii gli occhi ero proprio qui, stesa tra i fiori velenosi coltivati in questo giardino, sotto lo sguardo profondo di una ragazza con lunghi capelli intrecciati, la pelle candida come la prima neve di novembre e le tipiche vesti dai toni duri del profondo sud: il suo nome era Serena.

Non appena mi vide sveglia si chinò affianco a me, dicendomi che era venuta per riprendersi il suo coltello; mi prese tra le braccia e mi fece dono di una scelta, una scelta che a lei non era mai stata data: morire subito o continuare a vivere abbracciata dalle ombre. Credevo di non capire ma in realtà avevo compreso.

Mi sentivo completamente svuotata, quasi persino dai ricordi, distaccata, e mi fu facilmente tutto chiaro. Serena era una vampira e mi aveva scelta, voleva farmi diventare come lei, una Figlia della Notte, un’oscura predatrice. E io accettai. Senza più fede né amore nel cuore iniziai la mia nuova vita. Il resto della storia immagino tu la conosca. –

Voltandosi verso di me, tese la sua mano sinistra e di nuovo il corvo si allontanò da Lei; senza esitare mi avvicinai e le sue dita si strinsero attorno alla mia mascella facendomi attraversare l’anima da tutta la morte del mondo, poi, inchiodando il suo sguardo al mio, mi sussurrò:

– Diviene tutto più facile una volta raggiunto un reale equilibrio con la propria oscurità. Rimani con me Kai, lascia che le ombre ti abbraccino. –

Fu così che la mia nuova vita ebbe inizio.

Blog su WordPress.com.

Su ↑