Guardo verso destra. Rimango un istante a fissare il suo profilo.
I capelli corvini mossi dal vento lasciano intravedere solo a tratti i suoi lineamenti; gli occhi di giada fanno capolino come tizzoni tra le ciocche fluttuanti.
Distolgo lo sguardo per non rimanere incantato, non posso permettermelo.
L’attesa sulla cresta della duna sta per terminare. Da ore siamo appostati qui in attesa. Il tramonto si lascia annunciare dalle prime lame di bronzo; la luce allenta il suo morso ma il vento non smette. No… fischia come uno spirito dannato, sembra volerti strappare la carne dalla faccia con granelli di sabbia pungenti come vetro.
Non riesco a evitare di sbirciare ancora il suo viso, un istante appena, lei non sembra accorgersene.
Sophie, una donna dall’innata capacità di concentrazione. Dote necessaria nel nostro lavoro, ma spinta fino a vette che fanno dubitare vi sia qualcosa di simile a un pensiero umano dietro quello sguardo. A quanto pare riesce a fissarsi su un singolo bersaglio per un tempo indefinito.
Normalmente non dovrei essere così stupito, ma proprio non mi riesce di focalizzare come al solito. Oggi non va.
Sono abituato a lavorare da solo, invece per questa commessa mi hanno affiancato lei. “Troppo difficile”, mi hanno detto; “Lei si sta lavorando il contatto del tuo bersaglio da più tempo”. E così: due missioni in una, due killer per un’operazione sola. Avevo rifiutato, Monty sa che sono un solitario. Poi lei è entrata nella stanza.
Mi ha stretto la mano e… “Non starmi tra le palle.”
Mi ha salutato così. Sono rimasto di ghiaccio. Ho detto a Monty che ci stavo. Il vecchio ha sorriso e ci ha sbattuto fuori.
Mi sento toccare il gomito. Sono arrivati. Due fuoristrada neri. Lenti. Sollevano poca polvere. Li ha visti prima lei. Perché non riesco a concentrarmi?
Tempo due minuti e si fermano nella radura sotto di noi.
Scendono i gorilla. Due per il mio uomo, tre per il suo. Poi scendono loro.
Trattativa veloce. Si tratta di un semplice suggello a un accordo commerciale; il più è già stato fatto tramite altri canali, non propriamente legali. Come questo incontro.
Sophie si alza, mi stringe il braccio. È il segnale, lo squillo di tromba.
Imbraccio il fucile e miro alle ruote e ai motori dei fuoristrada. Faccio fuoco.
Gli scoppi risuonano secchi e infiniti nello spazio aperto. Una macchina è fuori gioco in tre secondi, per l’altra mi devo impegnare un po’, non ho più l’effetto sorpresa.
I tizi stanno reagendo, sono professionisti e non vanno nel panico.
L’uomo di Sophie è già risalito. Avrei potuto beccarlo io ma non sono questi i miei ordini. Mi concentro sugli altri.
Sophie si lancia dalla duna, corre incontro al sangue. Non usa pistole o fucili lei, solo lame, solo acciaio. Vuole il contatto, mi ha detto; sarà questa una delle ragioni per cui quando le sono vicino mi tremano le mani. Non so se per la paura o per l’eccitazione.
Non mi tremano adesso. Sono nel mio elemento. Il secondo fuoristrada è bloccato, ma devo ricaricare. Sophie è arrivata. L’hanno vista solo adesso. Troppo tardi.
Il primo gorilla cade senza neanche avere avuto il tempo di urlare, le mani alla gola sgozzata. Lei si muove come un gatto, china sulle gambe, bassa, i drappi dello spolverino disegnano archi di sabbia nell’aria. Il secondo gorilla le spara due, tre volte. Ci va vicino, ma non basta. Sophie lo sventra dal basso all’alto.
Però è scoperta, gli altri le scaricano le pistole contro. Penso che per lei sia finita. Cerco di coprirla, ne faccio fuori uno ma un altro è coperto dalla macchina. Cerco il terzo.
Ha già un coltello piantato nel petto, si sta accasciando al suolo; guardo verso destra… eccola.
Si è fatta scudo con un cadavere. Mi viene da sorridere, poi alzo lo sguardo. Il mio uomo si sta allontanando a piedi insieme all’autista. Sono già un pezzo avanti.
Non troppo lontani però. Completo la mia parte di missione; due colpi alla schiena del bersaglio principale. Manca solo l’autista: rallenta un istante, quasi si ferma prima di riprendere la sua corsa, forse ha capito che è inutile ma ci prova lo stesso. Bravo.
Un ultimo tiro di grilletto e ho finito.
Torno a guardare Sophie: ai suoi piedi c’è l’altro autista, davanti a lei il suo obiettivo. Non ha avuto ordine di ucciderlo, deve semplicemente fargli cambiare idea sulle persone con cui concludere i suoi affari. Cercherà di convincerlo a farne uno più vantaggioso con la sua compagnia. Non credo ci vorrà molto.
In breve il superstite viene impacchettato e messo comodo comodo nel retro del nostro fuoristrada.
Ecco fatto, tutto risolto.
Chiudo la portiera e lei mi si avvicina.
Mi sorride per la prima volta, ha i denti luminosi come un secondo sole del deserto: “Sei stato in gamba. Se capiterà ancora di dover collaborare farò il tuo nome alla compagnia.” Mi porge una mano ancora sporca di sangue; se non fosse per i calli sembrerebbe la mano di una pittrice.
Montiamo in macchina, io non riesco a spiccicare parola per tutto il viaggio di ritorno. Faccio fatica anche a guardare la strada quando lei si sciacqua la faccia e le mani con l’ultima bottiglia rimasta. La pelle del suo viso luccica agli ultimi bagliori violacei della sera; gli occhi di brace verde continuano a fare capolino di tanto in tanto, nascosti dai capelli scompigliati dall’aria del finestrino.
Diamine, mi sento quasi in trance, di nuovo; è come se Sophie emanasse un vapore di qualche tipo di droga che mi impedisse di pensare lucidamente, è come se la vedessi per quello che è e al tempo stesso in un altro modo che non capisco. Mai successa una cosa simile.
In un paio d’ore siamo all’aeroporto. I nostri capi sono già lì, ci aspettavano.
Monty scambia quello che mi sembra uno sguardo d’intesa con il capo della compagnia di Sophie; non sono riuscito a capire di che nazionalità siano, lui e la sua pupilla.
Ci guardiamo un’ultima volta, lei mi sorride di nuovo: “Allora ci vediamo, Luc.”
Mi bacia sulla bocca, sento il suo profumo, la sua pelle speziata.
In un attimo si gira e si allontana verso il jet privato.
Rimango fermo come un idiota per diversi secondi a bordo pista.
Comincia a far freddo, è già buio e Monty mi fa cenno di muovermi.
Spero che non parli di lei, spero che il vecchio non parli affatto.
Anche il nostro aereo comincia a rullare; presto il vento del deserto sarà dietro di me, la notte nera delle distese sabbiose cambierà nella notte blu cobalto della città.
Non so se ne ho diritto ma decido di inseguire un miraggio; domani ne parlerò a Monty, ha già altri agenti in trasferta lunga. Non voglio i ricordi, non mi bastano.
Voglio Sophie.
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