L’uomo grigio

L’uomo grigio si svegliò, si sedette sul bordo del letto e si stropicciò la faccia assonnata.

Sotto le dita sentì la barba lunga di tre giorni. Infilò di malavoglia le pantofole e si diresse verso il piccolo bagno del monolocale. Nel breve tragitto verso la tazza del gabinetto non si prese il disturbo di aprire le finestre per cambiare l’aria, erano già le dieci del mattino e c’era traffico; avrebbe solo portato dentro lo smog e il freddo di gennaio.

Dopo aver tirato lo sciacquone cominciò a lavarsi i denti e fu allora che, guardandosi allo specchio, notò qualcosa di strano, senza riuscire sulle prime a capire cosa fosse. Sputò, si spruzzò dell’acqua gelata in faccia e guardò di nuovo.

I suoi occhi non erano più blu.

I sottili raggi concentrici che dalla pupilla arrivavano alla sclera erano piccoli aghi spenti, anonimi quanto un foglio di carta. Erano diventati grigi. Anche loro.

L’uomo avvertì un calore malsano salirgli dalle viscere e cominciò a sudare, le ultime tracce di sonno scomparse. Rimase di fronte allo specchio a fissarsi gli occhi per interi minuti. Aprì le palpebre con le dita, si avvicinò al vetro e si allontanò, diede le spalle al riflesso e tornò a girarsi di scatto. Inutile. Il blu degli occhi se n’era andato.

L’uomo abbandonò la testa sul petto in preda allo sconforto.

Quasi per caso lo sguardo gli cadde sul tubetto di dentifricio e a quel punto la sua ansia peggiorò: anche la scritta MouthFresh era cambiata, adesso la parola Fresh era grigia.

Attraversato da un pensiero terribile, spalancò la finestrella del bagno e si sporse per guardare fuori. Il cielo era cinereo. Pur essendo in pieno inverno la giornata era luminosa, senza nuvole in vista, ciononostante non c’era traccia di azzurro nella volta non più celeste. Stormi di uccelli svolazzavano su uno sfondo color cenere sorretti dalle correnti, apparentemente indifferenti a un cambiamento che solamente lui poteva vedere. Frenetico, gettò lo sguardo a destra e sinistra, alla ricerca di qualsiasi oggetto che fosse di colore blu. Non ce n’erano: solo chiazze grige in mezzo agli altri colori. Alzò la testa e si scontrò di nuovo con il cielo ferrigno.

Non tollerando oltre quello spettacolo si ritirò in casa e chiuse la finestrella. Si impose di respirare profondamente per combattere la sensazione di soffocamento che provava. Aveva i muscoli del petto contratti. Si spruzzò dell’altra acqua in faccia e sulla nuca nel tentativo di calmarsi, ma ben presto avvertì un fischio acuto nelle orecchie e dovette appoggiarsi con tutto il peso al lavandino. Chiuse gli occhi e rimase immobile in attesa che l’attacco di panico passasse.

Non si trattava solo dei suoi occhi: aveva perso la capacità di distinguere il blu!

Da quel momento il mondo non avrebbe più avuto lo stesso aspetto. Come avrebbe fatto a sopportare una cosa del genere?

Per quanto si fosse abituato ad accettare quei cambiamenti stavolta sarebbe stato difficile. Fino a quel giorno era riuscito a farsi una ragione di tutte le parti di sé che lo avevano abbandonato ma questa perdita lo atterriva. Specialmente per quello che poteva implicare: cosa sarebbe successo se un mattino si fosse svegliato senza poter distinguere nemmeno un singolo colore?

Ci volle parecchio perché trovasse il coraggio di guardare di nuovo la propria immagine allo specchio e quando lo fece cercò per l’ultima volta qualche segno della pigmentazione degli iridi. Non ne trovò. Quel meraviglioso blu profondo che in seconda media gli era valso un bacio da parte di Camilla, la ragazza più carina della classe, era perduto per sempre.

Restò muto a contemplare il proprio riflesso ancora a lungo, lasciando passare altri minuti preziosi. Evitò accuratamente di tornare a guardare il cielo fuori, perché non ne avrebbe sopportato la vista una seconda volta. Il pensiero di uscire all’aria aperta gli ricordò che quel mattino avrebbe dovuto fare la spesa al supermercato, non rimaneva quasi nulla nel frigo. Sulle prime l’idea gli procurò una stretta allo stomaco, varcare la soglia di casa era l’ultima cosa che avrebbe voluto fare.

Subito dopo, però, gli venne in mente che era lunedì e che la fumetteria non avrebbe aperto prima delle tre e mezza del pomeriggio: mancavano ancora cinque ore prima di andare al lavoro e ciò significava che avrebbe potuto fare le cose con tutta calma, senza pressioni.

La prospettiva di tornare alla solita routine e di riportare ordine nel suo piccolo microcosmo sconvolto contribuì pian piano ad allentare la tensione nervosa che lo stava divorando. Ricominciò a respirare con regolarità, fino a sentirsi abbastanza fiducioso del fatto che il mondo non stava per finire. Accarezzò la possibilità di iniziare la giornata. Forse le rassicuranti faccende domestiche l’avrebbero aiutato a tranquillizzarsi.

A proposito di faccende: approfittando dell’ora avrebbe potuto passare anche l’aspirapolvere, il tempo c’era. Cinque ore erano sufficienti.

Fece un ultimo respiro profondo e, rivolto allo specchio, notò con piacere che la sensazione di panico stava diminuendo; lo spettacolo degli occhi grigi non pareva più così terribile. Poteva sempre sperare che quella perdita, a differenza delle altre, fosse temporanea. Non ci contava molto, ma cosa poteva farci? L’unica certezza era che la routine avrebbe riportato tutto quanto sotto controllo. Si sarebbe adattato.

Come al solito.

Confortato dalla propria capacità di sopportazione, esibì un sorriso forzato e tornò in camera con passo malfermo. Accese lo stereo e, sulle note di Iris dei Goo Goo Dolls, accennò qualche blando esercizio di stretching. Si infilò i calzini, cominciando come sempre dal sinistro, dopo di che prese dei pantaloni che sarebbero stati di colore blu scuro se avesse potuto vederlo. Prima di indossarli, li tenne un momento tra le mani accarezzandone la stoffa con i pollici.

“Pazienza”, ripeté a mezza voce.

Se li infilò con un sospiro, mise una maglietta nera, la sua felpa rossa preferita, poi si sedette sul bordo del letto per calzare le scarpe. Mentre si allacciava le stringhe, anche se non voleva farlo, non poté evitare di ripensare a Camilla e a quel bacio che si erano scambiati anni addietro.

“Fu proprio un bel bacio.”

Sapeva già dove lo avrebbe portato quel ricordo dolceamaro, ma non c’era modo di fermarlo. Recitando un copione che conosceva fin troppo bene si ritrovò a chiedersi per la millesima volta perché non avesse fatto nulla per diventare il suo ragazzo.

Il giorno in cui si erano baciati, durante l’intervallo, Camilla l’aveva preso per mano e portato dietro l’albero nel cortile della scuola e lì, di nascosto, aveva appoggiato le morbide labbra sulle sue. Gli aveva detto che aveva degli occhi bellissimi poi si era allontanata di corsa, tutta rossa in viso.

Era stato un momento incredibile.

Tuttavia, finite le lezioni, lui se ne era tornato a casa per i fatti suoi. Non l’aveva richiamata al telefono. Aveva preferito passare il pomeriggio a ripensare a quel dolcissimo bacio e a fantasticare su quanto sarebbe stato bello essere il fidanzato di una ragazza così carina; aveva immaginato che tutti i compagni di classe l’avrebbero invidiato. L’indomani non aveva fatto niente per avvicinarla, non aveva nemmeno tentato di iniziare una conversazione. Lei lo guardava, gli sorrideva, all’intervallo era venuta persino a cercarlo ma lui se ne era stato tutto il tempo con Giorgio, il suo migliore amico.

Non l’aveva fatto per cattiveria o perché Camilla non lo interessasse, tutt’altro, avrebbe voluto davvero mettersi insieme a lei. Semplicemente non le aveva quasi più rivolto la parola, si era limitato a continuare a sorriderle e a salutarla nei corridoi tutte le mattine come se non fosse successo niente, aspettandosi che la loro storia andasse avanti da sola senza che lui facesse il minimo sforzo.

All’inizio Camilla era diventata triste, il suo sorriso si era fatto forzato poi era sparito. Dopo qualche giorno era sembrata addirittura arrabbiata, offesa. Un mattino aveva cercato di provocarlo, baciando a bella posta un altro ragazzo davanti a lui per farlo ingelosire. Era stato tutto inutile.

L’uomo grigio, che a quel tempo aveva ancora un nome, non sapeva proprio cosa farci. Invece di reagire si era limitato ad assistere a ciò che succedeva attorno a lui come se nulla lo riguardasse, esibiva sorrisi di circostanza e si comportava come al solito.

Alcune settimane dopo quell’unico bacio, Camilla aveva cominciato a evitarlo e a girarsi dall’altra parte quando si incrociavano nei corridoi e la faccenda si era conclusa così. Lui aveva trascorso i suoi pomeriggi a fantasticare della loro vita da fidanzati e lei poco dopo si era messa a frequentare un altro compagno di classe. La cosa non lo aveva turbato.

Perso nei ricordi, l’uomo grigio si abbandonò supino sul letto e prese a fissare il soffitto. Si domandò perché nella sua vita le cose fossero sempre andate in quella maniera. Perché fosse stato così inerte in ogni occasione e non avesse mai fatto niente per conquistare alcunché.

“Non ho mai voluto forzare le cose”, ricordò a se stesso con convinzione. “Se una cosa deve accadere, accade. Non sopporto quelli che piegano la realtà ai loro desideri, è una cosa che io non potrei fare. Non faccio del male a nessuno io, vivo la mia vita prendendo quello che mi spetta e niente di più. Senza prepotenze o furbizie. Sono un tipo onesto.”

Rimase sdraiato per un po’ di tempo, confortato dalla sua filosofia sensata e giusta, finché sentì che anche le ultime tracce dell’attacco di panico lo stavano finalmente abbandonando. Era di nuovo padrone di sé.

Aspettò che il cd dei Goo Goo Dolls finisse, poi restò disteso nel silenzio ad ascoltare il suono del proprio respiro. Quando decise di averne avuto abbastanza, si rizzò a sedere sulla sponda del letto e lo sguardo gli cadde sullo schermo della tv appoggiata sul mobiletto sotto la finestra di fronte a lui.

Notò che la spia era verde. Significava che, nonostante lo schermo fosse nero, il televisore era acceso. Doveva esserselo dimenticato così la sera prima. Prese il telecomando e schiacciò il pulsante di spegnimento, tuttavia la luce rimase verde.

Perplesso, l’uomo grigio controllò le pile del telecomando poi provò a cambiare canale. Niente.

La spia lampeggiava quando lui premeva i pulsanti e questo significava che i comandi arrivavano all’apparecchio. Si grattò il mento. Se davvero aveva intenzione di scendere a fare la spesa il tempo iniziava a scarseggiare; avrebbe fatto meglio a darsi una mossa. Afferrò la spina del televisore e la staccò per risolvere una volta per tutte la questione. Tornò a guardare la spia e vide che era sempre accesa sul verde.

“Questo non è possibile”, mormorò.

Controllò di aver staccato il cavo corretto, tornò a premere il pulsante di spegnimento sul telecomando ma non ci fu alcun cambiamento. Il televisore rimaneva acceso e mostrava soltanto uno schermo nero.

La cosa più strana, a ben guardare, era che sulla sua superficie non c’erano riflessi: non si riflettevano gli oggetti né le luci della stanza, né l’uomo grigio stesso. Incuriosito, avvicinò il viso allo schermo convesso, fino ad avvertire sulla punta del naso il formicolio dato dall’elettricità statica.

“È proprio acceso”, constatò.

Passò una mano sulla sua superficie e sentì sfrigolare le particelle nell’aria. Sembrava impossibile, eppure il televisore continuava a funzionare senza corrente e trasmetteva un’unica immagine nera.

“No, un momento…” disse strizzando gli occhi.

Cambiò posizione per scrutare da un’angolazione diversa e si accorse che nell’oscurità era possibile intravedere qualcosa: una specie di volto dai lineamenti indefiniti. Si trattava di poche linee, appena più chiare, che emergevano dalle profondità del tubo catodico. All’inizio l’uomo grigio pensò di osservare il proprio riflesso, poi si convinse che doveva trattarsi di qualcos’altro. Il volto rimaneva perfettamente immobile anche quando lui si spostava.

Restò inginocchiato a fissare quel viso, quasi ipnotizzato, finché l’urgenza di fare la spesa non si riaffacciò prepotente alla sua mente. Lanciò un’occhiata alla sveglia sul comodino e vide che segnava le undici e un quarto.

“Già le undici! Gesù…” disse.

“È così che passi la tua vita. Immagini di fare delle cose, mentre in realtà non fai nulla.”

La voce, a pochi centimetri dalle sue orecchie, lo spaventò facendolo cadere all’indietro sulla moquette.

“Chi ha parlato?” gridò cercando in giro.

“Io.”


Dritto davanti a lui il volto nello schermo si era fatto più nitido e vicino; si muoveva e sembrava addirittura che gli stesse restituendo lo sguardo.

“Sono impazzito”, disse ad alta voce. “Mio Dio, alla fine sono arrivate le allucinazioni.”

Il volto sorrise: “Niente di così banale, non soffri di alcun disturbo. La tua mente, o quello che ne rimane, è clinicamente sana. ”

“Cosa? Chi sei?” riuscì a balbettare l’uomo accovacciato. Teneva le spalle premute contro il letto, nel timore di venire assalito.

“Sono la tua ombra, il tuo ricordo. Se preferisci: sono il tuo daimon.”

L’uomo grigio fu incapace di replicare per lunghi istanti, se ne restò inebetito di fronte a quel viso che galleggiava nel nulla. La voce dell’entità, qualunque cosa essa fosse, era leggera e allo stesso tempo profonda, sembrava priva di forza eppure gli penetrava nei timpani come una lama.

L’uomo si diede un pizzicotto sul braccio, strizzò la carne con tutta la forza che aveva nelle dita e il dolore fu netto e pungente, la pelle tormentata divenne rossa. D’impulso guardò l’orologio sul comodino. Il suo primo istinto fu di uscire a fare la spesa come aveva programmato e di ignorare tutta la faccenda. A quel gesto il volto rise e lo schernì.

“Lo vedi? Non sei in grado di fare altro. Persino in un momento del genere rifiuti di affrontare una novità e preferisci rifugiarti nella routine. Chiunque al tuo posto si sarebbe messo a strillare, avrebbe preso a calci il televisore, sarebbe scappato a gambe levate o avrebbe fatto un’altra cosa qualsiasi. Ad esempio avrebbe chiamato il dottore. Invece tu no. Sei sconvolto eppure rifiuti di accettarlo. È incredibile: preferisci ignorarmi e aspettare che io svanisca da solo.”

Il volto fece una piccola pausa, concedendosi il tempo di studiare il suo interlocutore.

“Ma devo darti una brutta notizia: se io me ne andrò sparirai anche tu. Ti sei spinto troppo oltre. Il tuo rifiuto ostinato di scegliere un percorso qualsiasi nella vita ti ha portato a un vicolo cieco. Io sono la tua ultima possibilità. Vivi o sparisci.”

“Mi… stai minacciando? Vuoi forse uccidermi?” replicò l’uomo dosando con prudenza le parole.

“Chi ha parlato di uccidere? Per morire bisogna innanzitutto essere vivi. Sparire non è morire.”

“Cosa significa?”

“Sparire significa sparire. Non ti sei chiesto perché continui a perdere dei pezzi di te? Oggi è toccato al colore blu, ma è solo l’ultimo nella lunga lista dei cambiamenti che ti sono capitati. Toglimi una curiosità: per caso ricordi qual è stata la prima cosa che hai perso?”

Colto alla sprovvista dalla domanda, ancora sotto shock per quell’apparizione e per le cose che sembrava sapere, l’uomo grigio si ritrovò a pensare alla sua lenta discesa verso l’abulia degli ultimi mesi e cercò di ricordare come fosse cominciato tutto. Si arrese quasi subito, era come nuotare in un fiume di melassa.

Scosse la testa: “Non mi ricordo.”

Il volto annuì: “Se non altro questa mancanza di reattività ti rende docile e ubbidiente. Se non ti viene in mente lo dico io: è stato il disegno. La prima cosa che hai perso è stata la tua dilettantesca capacità di disegnare.”

L’altro sgranò gli occhi, colpito da un lampo improvviso di memoria.

“È vero! Un giorno mi ero messo a disegnare uno schizzo per un nuovo personaggio e… niente. Non era venuto fuori niente. Riuscivo solo a passare la mina avanti e indietro sul foglio, quasi non controllassi i movimenti della mano.”

“E da allora, per quanto tu ci abbia provato, sei riuscito a creare solo pagine grige. Giusto?”

“Sì”, riconobbe l’uomo riluttante. “Innumerevoli pagine fatte di sfondi grigi.”

“Da principio hai pensato che fosse semplice mancanza di ispirazione e non te ne sei preoccupato, non era certo la prima volta che restavi a secco di idee. Poi però ti sei accorto che per quanto ti sforzassi non riuscivi a disegnare altro che quegli sfondi uniformi. Non si trattava solo di mancanza di ispirazione, non si trattava solo di quel tuo ennesimo personaggio destinato a non vedere mai la luce; anche le altre tue creature erano morte. La matita non poteva più portare alla vita nulla. Non eri in grado nemmeno di copiare le foto delle modelle sulle riviste o gli alberi al parco o un oggetto qualunque presente in casa. Non potevi disegnare niente.”

L’uomo grigio abbassò lo sguardo e ammise che era la verità.

“Sono settimane che ho smesso di provarci. Ho rinunciato.”

“Oh, ma tu non hai rinunciato in queste ultime settimane. L’hai fatto anni fa.”

“Che vuoi dire?” chiese rialzando gli occhi.

“Hai rinunciato quando non hai voluto frequentare la scuola di fumetto insieme a Giorgio, per esempio. O quando hai rifiutato di collaborare con quel pittore che ti aveva offerto di realizzare insieme a lui una storia a fumetti per insegnarti qualcosa sul mestiere. O quando hai declinato l’invito a partecipare a una mostra collettiva di autori amatoriali. O, per finire, quando hai smesso di vederti con i tuoi amici per disegnare insieme le vostre opere. Hai lasciato che il talento modesto di cui eri dotato avvizzisse e morisse. E così hai perso un’opportunità.”

“Ma io non ho mai voluto fare il disegnatore di mestiere. Era solo un hobby, non l’ho mai preso sul serio. Mi piaceva creare fumetti e basta.”

Il volto si ingrandì, come se si fosse avvicinato al vetro.

“Tu credi? E se ti dicessi che invece saresti potuto diventare un disegnatore professionista? Non una superstar, ma un onesto mestierante che tra un paio di anni sarebbe addirittura riuscito a coronare il sogno di farsi pubblicare una graphic novel tutta sua. Un bel prodotto che, senza essere un capolavoro, avrebbe realizzato buone vendite e avrebbe aumentato le tue quotazioni. Ti saresti anche sposato con una giovane redattrice molto carina e avreste messo su una splendida famiglia.”

L’uomo grigio rimase in silenzio, interdetto. Niente di quanto sentiva aveva senso.

Balbettò qualche frase incoerente e si alzò in piedi lentamente, tenendo d’occhio il televisore. Si rifugiò dall’altra parte del letto, facendo il giro per mettere un po’ distanza tra sé e il suo accusatore.

“Ne hai mai finito qualcuno?” chiese l’entità.

“Cosa?”

“Hai mai finito uno dei tuoi fumetti? Hai mai portato a termine qualche storia?”

“…No.”

“No. Le hai abbandonate, le hai lasciate incomplete. Tutte quante. Alla fine persino l’entusiasmo di cominciarne di nuove si è spento. Che senso aveva, in effetti? Il talento grezzo dentro di te si è accorto della tua incapacità di sfruttarlo anche solo per gioco e si è arreso. Ora il disegno ti ha abbandonato, se ne è andato lasciandoti con un pugno di fogli grigi.”

L’uomo non disse nulla. Si limitò a studiare quella specie di creatura che parlava da un elettrodomestico.

“Ancora non capisci cosa sta succedendo, vero?”

“No.”

Il volto attese un istante prima di proseguire.

“Allora andiamo avanti”, riprese infine, accantonando il discorso. “Ricordi cosa hai perso dopo il disegno?”

L’uomo grigio distolse lo sguardo e rimase in silenzio.

“Coraggio”, lo incalzò l’entità.

“Sì, me lo ricordo…” rispose l’altro, piccato. “La scrittura.”

Il viso annuì soddisfatto: “Precisamente. Quando il grandioso progetto del romanzo su cui stavi lavorando si è arenato, ben presto anche i racconti, le poesie e tutto il resto hanno seguito la stessa sorte. Non sei più stato in grado di scrivere nulla che non fosse la parola grigio. Ancora e ancora. Come nel film Shining, hai presente? Cartelle intere, infilate nella tua adorata macchina per scrivere Olivetti che fa tanto scrittore d’altri tempi, riempite di quell’unica parola ripetuta ossessivamente.”

L’uomo si difese: “Ho pensato che qualcosa dentro di me dovesse sfogarsi e che io dovessi lasciarlo libero di esprimersi. Così forse alla fine… avrei ricominciato a scrivere.”

“Ed è successo?”

Silenzio.

“Ti mancava poco per mandare in porto la faccenda del romanzo, eri a buon punto. E sai cosa sarebbe capitato se avessi provato a pubblicarlo quattro anni fa, quando sembrava che ci fosse l’occasione giusta per farlo? Se solo ti fossi sforzato davvero di finire la prima stesura e l’avessi sottoposta a quell’editore che avevi conosciuto, dopo un attento e scrupoloso lavoro di revisione avresti avuto tra le mani una vera bomba. Un best seller. Anche meglio di quello che avevi sognato.”

“Balle.”

“Invece no, mi dispiace. Proprio tu, che eri così convinto della bontà del romanzo, non hai lottato nemmeno un pochino per dargli una chance. Invece di impegnarti fino in fondo e darti una scadenza da rispettare per terminare il manoscritto hai preferito ciondolare, come al solito. Hai rallentato apposta per perdere il treno. È stato un vero peccato, credimi. Avrebbero stampato il tuo libro anche in altre lingue: inglese, tedesco, francese. In Francia, in particolare, avrebbe avuto un enorme successo. E le storie che avresti pubblicato in seguito, sull’onda di quel primo trionfo, sarebbero state sempre accolte bene oltralpe. Saresti diventato collaboratore fisso di una rivista fantasy con sede a Parigi e, a un certo punto, ti saresti persino trasferito lì per un breve periodo.”

“Ridicolo”, biascicò l’altro a mezza voce.

Il viso fece una pausa.

“Sarebbe stata un’avventura spaventosa ed eccitante, di quelle che ti fanno scorrere dentro linfa vitale, di quelle che ti lanciano verso nuovi orizzonti.”

L’uomo grigio non si mosse. Sentì una mano invisibile stritolargli il cuore. Non riusciva a distogliere lo sguardo dall’entità e al tempo stesso desiderava che sparisse.

“Cosa mi dici della recitazione? O del tiro con l’arco? Semplici hobby anche quelli?” proseguì imperterrito il volto.

“Lo trovi divertente?” protesto l’uomo con uno sforzo. “Questo gioco non è divertente.”

“La mia non è crudeltà. Sono qui per aiutarti.”

“Come? Raccontadomi un mare di frottole? Dovrei credere a tutte le sciocchezze che hai detto?”

“Io sono il tuo daimon, lo specchio della tua anima. Non posso mentire. Persino tu, che fino a oggi hai mentito a te stesso, sai che dico la verità. Nel profondo lo sai. Per questo fa così male. Rende insopportabile la consapevolezza del tempo che hai sprecato.”

“Non è vero. Non è la verità.”

L’uomo grigio fu costretto a portarsi una mano al petto e a massaggiarsi per contenere un improvviso dolore che dal cuore si stava irradiando ovunque.

“Tutte le passioni che hai abbandonato, le strade che non hai percorso ti perseguitano. Vuoi vedere dove ti avrebbero portato se le avessi seguite?”

“Smettila”, disse l’altro continuando a tenersi il petto. Si rannicchiò e si chiuse in se stesso, deciso a troncare la conversazione una volta per tutte.

Se avesse avuto dell’aria nei polmoni, o anche solo dei polmoni, il viso nel televisore avrebbe sospirato: “Immaginavo che parlarne non sarebbe stato sufficiente. Forse è meglio mostrarti che cosa sarebbe successo se avessi percorso quelle strade fino in fondo.”

La voce dell’uomo grigio uscì in un mormorio appena distinguibile da sotto la protezione delle braccia: “Ti prego, smettila.”

“Io posso farlo. Posso farti vedere.”

“No.”

“Guarda.”

Stregato dalla voce o forse rispondendo a un richiamo cui non poteva resistere, l’uomo alzò il capo. Spinto da un atavico impulso di curiosità mescolata a desiderio di autodistruzione, si levò sulle ginocchia e fissò il piccolo schermo dall’altra parte del letto.

E lo schermo non fu più nero.

Miriadi di scene animarono il televisore. Tutte avevano lui per protagonista ma sembravano tratte da film. L’uomo grigio vide se stesso in un’infinita varietà di situazioni: con vestiti e pettinature differenti, a varie età, in diversi contesti, ma sempre riconoscibile. Sempre lui.

In alcune scene interagiva con ragazze e donne bellissime, in altre incontrava personaggi famosi che avrebbe sempre voluto conoscere, attori, musicisti o artisti che fossero, in altre ancora piangeva disperato nel letto o litigava con perfetti estranei.

Nulla di quanto vide gli era famigliare, quasi mai riconobbe i posti in cui si trovava. Vide se stesso parlare di fronte a platee immense durante assemblee riunitesi in chissà quali occasioni, si vide partecipare a competizioni ufficiali di sport che aveva praticato da adolescente, viaggiare per il mondo con amici che conosceva e altri che gli erano del tutto ignoti.

Per quanto diversa dalle altre, ogni situazione, ogni sequenza era contraddistinta da un elemento emotivo forte, positivo o negativo che fosse. E l’uomo grigio si sentì attratto da ognuna di esse, senza distinzioni.

Provò un brivido di eccitazione e paura nell’assistere a una lite furibonda fatta per strada con un tizio che aveva tutta l’aria di essere un naziskin; si emozionò nel vedere che accarezzava il viso di una ragazza dai lunghi capelli neri sullo sfondo del tramonto di una città mediorentale; sbalordì nello scoprire che recitava una piccola parte in un film horror a basso budget a fianco di Bruce Campbell… e così via.

Davanti ai suoi occhi sbiaditi sfilarono in parata vicende che parevano appartenere a qualcun altro, talmente vivide e intense da sembrare create ad arte. Scene che non sarebbe mai stato in grado di immaginare tanto erano ricche di dettagli e sensazioni, ma che pure erano sue.

L’uomo grigio lo sapeva. Piccole o grandi, belle o brutte che fossero, erano tutte le opportunità di vita che aveva scartato, le soglie che non aveva varcato. E a mano a mano che scorrevano sullo schermo, una dopo l’altra, il dolore al petto si intensificava.

“Basta”, sussurrò.

“È esattamente come pensi”, disse il volto. “Queste sono le vite che non hai vissuto.”

L’entità riapparve, sovrapponendosi alle immagini.

“Tu, che non hai mai dato valore a questa vita, che hai preferito rifugiarti in fantasticherie senza nemmeno provare a trasformarle in qualcosa di concreto, ora ti rendi conto che ciò che vedi non erano altro che le possibilità del quotidiano, da te così disprezzato. Sembrano situazioni inventate da uno scrittore o da un poeta, vero?”

“Io… io non…”

“Sai perché non sei in grado di creare niente? Perché la tua vita non è niente. Sei diventato vuoto. E l’unica cosa che hai fatto è stata tentare di riempire questo vuoto con cose create da altri.”

Con uno sforzo l’uomo grigio strizzò le palpebre e distolse rabbiosamente lo sguardo: “Io non sono vuoto! La mia vita non è vuota.”

“No? Senti ancora qualcuno dei tuoi amici?”

L’uomo fece un gesto vago con la mano e si mise di profilo rispetto al televisore, appoggiandosi alla sponda del letto. Guardando la porta del bagno davanti a sé disse: “Ci sentiamo per telefono, oppure vengono a trovarmi in negozio.”

“Fate mai qualcosa insieme?” chiese il volto.

“È una seduta di psicanalisi!?” rispose l’altro, con le mandibole contratte per il dolore. “Vuoi farmi sentire abbandonato da tutti?”

“Al contrario: sei tu che hai abbandonato loro. Li hai lasciati andare avanti con le loro vite mentre tu rimanevi a guardare. Invece di interagire con loro ti sei rinchiuso nel tuo bozzolo, comodo e impaurito. Anche prima che morissero i tuoi genitori eri già solo. Hai covato dentro di te il timore che una volta spariti tuo padre e tua madre non saresti più riuscito a costruire dei legami con nessuno. E guarda un po’: così è stato.”

“Io ho degli amici”, ringhiò l’uomo grigio.

“Solo le persone che hai conosciuto molto tempo fa, all’epoca della scuola. E quanti di loro hai visto ultimamente?”

Nessuna risposta.

“Quanti? Avanti.” La voce lo incalzava senza animosità, senza durezza. Lo metteva alle strette, ma era priva di aggressività.

“Nessuno”, rispose infine l’uomo grigio.

Il volto annuì ancora una volta: “Intorno a te c’è solo lo spazio vuoto che ha divorato i tuoi talenti e le tue passioni. E che da tempo ti ha privato anche del nome.”

L’uomo si afferrò la testa tra le mani premendo forte la spalla contro il bordo del letto.

“Come le altre cose che hai lasciato appassire, anche il tuo nome ha cessato di esistere. Perché nessuno lo pronuncia più.”

L’uomo accasciato si fece ancora più piccolo.

“Eppure tutto questo non è bastato a svegliarti. Hai permesso all’apatia di avanzare, giorno dopo giorno. E dopo essersi preso le tue passioni e il tuo nome ora il grigio divora il tuo corpo. Ha cominciato un paio di mesi fa con il colore dei capelli.”

L’uomo si passò d’istinto le dita tra i capelli che fino a poco tempo prima erano stati castani; aveva solo trentacique anni eppure li vedeva già completamente stinti, come se fossero coperti di polvere.

“Poi è stato il turno della pelle, che è impallidita fino a farti assomigliare a uno spettro. È stata l’unica volta in cui sei stato quasi sul punto di andare dal medico per farti controllare. Questo ovviamente prima che ti accorgessi di essere il solo ad aver notato un cambiamento. Per gli altri eri lo stesso di sempre.”

L’uomo grigio emise un sospiro tremolante senza aggiungere altro.

“E infine stamattina hai detto addio ai tuoi occhi blu. Chissà cosa perderai domani! E dopodomani! Sembra quasi un gioco. Tutto questo non ti scatena niente dentro? Non farai niente?”

L’uomo grigio indurì lo sguardo, si alzò e si diresse verso il bagno con passi rigidi. Afferrò la scopa nascosta dietro la porta e si fece avanti minaccioso, brandendola come un’arma.

“Vuoi una reazione? Vuoi che ti faccia a pezzi con questa? Ti piacerebbe?”

Il volto si lasciò andare a una risata: “Non sei credibile, mi dispiace. Apprezzo lo sforzo, davvero, però avresti dovuto fare tesoro di quelle poche lezioni di recitazione che hai preso ai tempi del liceo; ti sarebbero tornate utili.”

Invece di scagliarsi contro lo schermo, l’uomo abbassò la scopa e la lasciò cadere sul pavimento. Quel breve impulso rabbioso era stato sufficiente a stancarlo. Senza sapere come uscire da quella situazione andò all’angolo cottura e diede ostentatamente le spalle al televisore, per non rischiare di vedere altre scene tratte dalle sue vite mancate.

Il dolore al petto stava tornando a farsi sentire, così prese un sorso d’acqua del rubinetto. Avrebbe voluto uscire di casa e andare a fare la spesa; avrebbe voluto che quella follia finisse. Dopotutto era ciò che sapeva fare meglio: lasciare che le cose passassero da sole. Se restava immobile, se non reagiva, dopo un po’ tutti perdevano interesse per lui e lo lasciavano in pace. A volte era doloroso, certo, però era sempre meglio che affrontare situazioni che non sapeva gestire.

E discutere con un elettrodomestico rientrava senz’altro nella categoria delle situazioni ingestibili.

Le fitte di dolore al torace iniziavano a preoccuparlo: stavano peggiorando. Era come se una pressa gli stesse comprimendo lo sterno mentre un oggetto appuntito spingeva dall’interno per uscire. Ripensando alle poche nozioni di medicina spicciola che possedeva mosse il braccio sinistro e aprì e chiuse le dita della mano, per capire se si trattasse di un infarto.

“È il cuore che si ribella”, disse l’entità. “Vuole uscire, trovare un altro ospite. Quelli che senti sono gli ultimi spasmi prima della morte. Tu desideri vivere, lo so, ma la paura ti frena. Rifiuti di stare al gioco, non vuoi giocare con la vita e allora preferisci sguazzare nella noia. Sei diventato una palazzo vuoto dove niente entra e niente esce.”

“Giocare con la vita è da irresponsabili. Ci sono delle conseguenze”, sibilò tra i denti l’uomo grigio mentre si stringeva convulsamente il petto.

“Anche scegliere di non vivere ha delle conseguenze.”

L’altro rispose con un grugnito.

“Giocare con la vita significa usarla, non correre rischi stupidi”, continuò il volto. “Significa perdere e trovare, scoprire e afferrare, fare qualcosa per sé o per gli altri. Accettare di essere qualcosa di più e qualcosa di meno dei limiti tu stesso ti costruisci.”

Allo stremo della sopportazione per il dolore, l’uomo grigio gridò: “Mi ucciderai con le chiacchiere? Se sei qui per aiutarmi, aiutami!”

“Guardami, allora.”

L’uomo continuò a restare girato di spalle.

“Guardami”, ripeté la voce.

Di nuovo, senza riuscire a opporsi, l’uomo grigio si girò e non poté evitare di sussultare per lo stupore. Lo schermo trasmetteva una scena di lui che baciava Camilla: si trovavano a una festa, all’aperto, ed erano un po’ più grandi rispetto ai tempi della scuola media. Lui era appena sceso da un piccolo palco dove aveva suonato insieme ad altri compagni di classe. Portava il basso elettrico a tracolla e lo aveva spostato sulla schiena per poter abbracciare Camilla. Lei era radiosa, i biondi capelli ondulati che danzavano nell’aria, e lo stava baciando con tutto l’entusiasmo di una ragazza di sedici anni.

Era esattamente il tipo di situazione che si era sempre divertito a immaginare: i classici cinque minuti di gloria coronati dalla fidanzata per cui tutti a scuola ti invidiano.

“Ti ricordi che per un periodo ti eri messo a suonare il basso?” gli chiese il volto.

L’uomo grigio lo ricordava, anche se avrebbe preferito di no. L’unica esperienza che aveva avuto nella realtà con quel coso era stata un’imbarazzante jam session in sala prove con dei ragazzi più grandi di lui. Aveva fatto una figura talmente misera che non aveva più toccato lo strumento e lo aveva chiuso nella cantina dei genitori.

“Ti sarebbe bastato prendere qualche lezione, non è che dovessi suonare nei Toto. Sapevi che Camilla ha un fratello musicista? Ti avrebbe aiutato insegnandoti le basi e in breve il risultato sarebbe stato questo concerto che ti ho mostrato. Niente di eclatante, ma di sicuro una serata da ricordare. Ah, a proposito di emozioni forti…”

La scena cambiò di nuovo.

Stavolta si trovava in una stanza buia insieme a Camilla; lei si era tolta la maglietta e gli stava mostrando il seno. Avevano entrambi le guance rosse e si accarezzavano a vicenda con dita tremanti di emozione. I loro occhi brillavano di una luce così intensa che l’uomo ne rimase incantato.

“La vostra prima volta. Sarebbe stato uno dei ricordi di gioventù più belli e intensi. Per tutti e due. Meglio della prostituta che ti sei scelto per perdere la verginità.”

Il dolore al petto crebbe al punto che solo artigliando la carne con tutte le forze l’uomo grigio impedì al cuore di schizzargli fuori dal petto. Fu costretto a inginocchiarsi per evitare di cadere.

“È così che mi aiuti?…” rantolò.

“Devi guardare”, disse la voce. “Fino in fondo.”

E l’uomo grigio guardò. Per ore.

Impotente di fronte all’entità e alle visioni che essa gli mostrava, rimase inginocchiato sulla stinta moquette a spiare le tante vite che avrebbero potuto essere sue. Vite che lo ferivano con tale crudeltà da non avere nemmeno il sapore dolceamaro della fuga in un mondo di sogni. Erano punizione, angoscia e rimpianto. Colavano come fiele giù per la gola, scendendo a gonfiargli il cuore fino ad annegarlo. Prigioniero della sua gabbia, l’uomo grigio si contorse come un verme sull’amo mentre i raggi del sole invernale facevano il loro breve corso. La luce si piegò in sottili lame che tagliarono la casa in cento liste, modificò le ombre bronzee dei mobili e attraversò la sagoma umana accovacciata.

Lui non era stato un uomo cattivo, continuava a ripetersi l’uomo grigio. Non era stato un uomo freddo. Semplicemente, non era stato niente. Si era abbandonato al flusso degli eventi, si era limitato a spiare quello che gli succedeva intorno senza muovere un dito.

La paura, il senso di inadeguatezza e l’inesperienza potevano spiegare solo fino a un certo punto il suo rifiuto di partecipare alla realtà. C’era stato qualcosa di più profondo, non legato a traumi o a deficit particolari, ma c’era stato qualcos’altro. Sempre.

Un muro che non era mai riuscito a superare gli aveva impedito di vivere. Nascosto dietro il muro, l’uomo grigio aveva lasciato che il mondo cambiasse per conto suo, che seguisse il suo corso verso l’entropia senza che lui intervenisse. Era stata una fascinazione, in principio, una comoda coperta. Un rifugio che pian piano si era trasformato in una prigione, in un pozzo le cui pareti si erano fatte giorno dopo giorno più alte.

L’uomo grigio continuò a fissare lo schermo, cercando di resistere al dolore assordante che gli scoppiava dentro, che gli spaccava cuore e ossa. Non diede peso agli squilli del telefono quando irruppero nella stanza. Una parte del suo cervello pensò che doveva essere il negozio di fumetti: lo cercavano perché era in ritardo per il turno. Ignorò i trilli, rifiutò di rispondere.

Per la prima volta dopo tanto tempo il suo non fu un comportamento passivo: si trattò di un rifiuto attivo, di una scelta.

Continuò a concentrarsi sulle scene delle sue esistenze mancate, si sottopose a quella tortura emotiva e psicologica perché aveva deciso di spingersi fino alla fine. Come aveva detto il volto. Voleva sapere cosa sarebbe successo dopo, cosa c’era alla fine della strada.

Il dolore atroce che stava provando doveva avere uno scopo, lo avrebbe portato da qualche parte. Sentiva che per la prima volta, dopo tanti anni, qualcosa stava cambiando dentro di lui.

Con gli occhi velati dalle lacrime, fu investito dalla marea di immagini ed emozioni che lo schermo gli riversò addosso. L’impatto fu devastante, gli strappò di dosso tutti gli strati di calce che si erano solidificati anno dopo anno, lasciò i nervi esposti e brucianti.

Scosso dai brividi, l’uomo grigio si tuffò tra le onde delle possibilità che aveva ignorato e per poco non ne fu distrutto. Più volte fu sul punto di perdersi, di annegare nella pazzia del proprio dolore, ma ogni volta fu il dolore stesso a spingerlo avanti.

Il volto nel televisore continuava a parlare ma ben presto le parole persero significato, si mesco- larono in un marasma di suoni in cui non era possibile distinguere sillabe o lettere. La voce dell’entità si fuse con l’oceano dei sogni abbandonati e scavò nella psiche dell’uomo grigio. Il suo involucro vuoto fu attraversato dalle vite che non era stato in grado di afferrare. Le onde lo disintegrarono trasformandolo in mille gocce d’acqua e queste si ricomponevano in tempo per essere nuovamente spazzate via.

L’uomo grigio naufragò.


Quando riprese conoscenza, si accorse di essersi addormentato per terra. Aveva freddo, ma il contatto con il pavimento morbido lo fece sorridere. Gli ricordò quanto avesse amato da piccolo accucciarsi a volte ai piedi del letto e addormentarsi lì, un tenero fagotto nascosto, fingendo di essere in chissà quali territori misteriosi mentre in realtà si trovava al sicuro tra le mura della casa dei suoi genitori. I suoi genitori. Pianse di nuovo, lacrime silenziose che stavolta non bruciavano.

Accarezzò la superficie della moquette con le dita e pensò che era da tanto che non andava a trovarli al cimitero. Gli avrebbe fatto piacere salutarli, aveva tante cose da dir loro.

Si alzò in piedi lentamente e subito guardò il televisore. Lo schermo era di nuovo nero ma questa volta la spia dell’accensione era spenta. Il volto se n’era andato.

Chissà perché la cosa non lo sorprese.

Controllò l’orologio e vide che erano le otto del mattino. Chiamò la fumetteria scusandosi e dicendo che non si era sentito bene e che avrebbe preso un paio di giorni di ferie.

In realtà non credeva che sarebbe tornato. Quella parte della sua vita era finita.

Respirò profondamente e sentì i polmoni liberi come da tempo non gli capitava. La cassa toracica sembrava aver aumentato la propria capacità e contenere molta più aria di quanta ne avesse mai respirata. Si stiracchiò con soddisfazione, allungando i muscoli. Anche il corpo era più leggero; lo sentiva libero da ogni tensione, come se avesse dato sfogo a tutte le energie represse scatenandosi per ore in una soddisfacente attività fisica. Sentiva le membra ben bilanciate, le gambe ancorate al suolo ma senza alcuna pesantezza.

Era lucido e presente come non gli succedeva da parecchi anni.

Andò in bagno e si guardò allo specchio. Notò che c’era qualcosa di diverso nei suoi occhi. Avvicinò il viso al vetro e ne trovò la conferma: tra gli stinti aghi grigi degli iridi facevano capolino piccoli spilli blu.

Si passò una mano tra i capelli, separandoli e studiandoli vicino alle radici; gli sembrò che ci fosse qualche traccia di colore anche lì. L’uomo grigio sorrise di nuovo ma non perse altro tempo davanti allo specchio. Aveva tante cose da fare.

Ci mise un paio d’ore a prepararsi e a prendere tutto l’occorrente. Prima di aprire la porta di casa controllò un’ultima volta di non avere dimenticato niente: aveva con sé uno zaino enorme con vestiti, medicine, un vecchio sacco a pelo mai usato, un paio di libri, piccoli utensili, salviette e tante altre cose. Allo zaino era appeso anche un paio di scarpe di scorta. Aveva preso tutti i contanti che teneva nascosti dietro gli album di famiglia, l’agenda con gli indirizzi, acqua e un po’ di cibo. Verificò di aver chiuso per bene finestre e tapparelle e di aver chiuso il gas. Le bollette venivano pagate con addebito automatico sul conto bancario, così come le spese condominiali, perciò avrebbe potuto assentarsi a lungo senza preoccupazioni di sorta. Soddisfatto, diede un ultimo sguardo al monolocale e lo salutò con un gesto della mano. Scoprì di apprezzarlo di più in quei pochi minuti di quanto avesse fatto da quando vi si era trasferito. Dopotutto era una delle poche cose che fosse riuscito a concretizzare nella sua vita e non era poi così male.

Uscì sul pianerottolo e si chiuse la porta alle spalle. Scendendo le scale incrociò la signora del piano di sopra e la salutò cordialmente, come faceva sempre, ma esibendo per la prima volta un sorriso sincero. Mentre scendeva, si disse che la telefonata che aveva fatto non era sufficiente; sarebbe passato di persona in fumetteria e avrebbe parlato con Antonio, il suo capo. Non sapeva se avrebbe capito ma decise che non gliene importava poi un gran che.

Uscito in strada, guardò le macchine, le biciclette e i passanti con occhi nuovi. Si chiese dove stessero andando e cosa avessero intenzione di fare, quali fossero i loro desideri e le loro aspirazioni e quanti di loro sarebbero riusciti effettivamente a realizzare i loro sogni.

Rimase incantato. Inspirò a pieni polmoni e l’aria frizzante del mattino gli punse piacevolmente le narici.

Alzò lo sguardo.

Era una bella giornata, perfetta per iniziare la sua avventura.

Sistemò meglio lo zaino sulle spalle e si avviò lungo il marciapiede.

Aveva solo una vaga idea di dove sarebbe andato: prima la fumetteria, poi lo studio di Giorgio, poi il cimitero. Dopodiché avrebbe improvvisato. Immaginava che sarebbe andato a nord, forse perché in genere in tutte le grandi avventure c’è sempre un momento in cui i personaggi si dirigono a nord.

Sorrise di nuovo, incapace di trattenersi, pensando che non aveva in fondo una grande importanza.

La cosa importante era che, alzando lo sguardo verso il cielo, lo vedeva azzurro.

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