Il ritrovo di Ash-Raam

Il monaco errante camminava attraverso il deserto di rocce, il bianco delle sue vesti intaccato dal colore ocra delle pietre. I lembi inferiori del mantello strisciavano nella polvere lasciando impercettibili tracce che il vento presto spazzava via. La giornata era calda ma non terribile. Sotto la tesa larga del cappello di vimini, Ash-Raam strinse gli occhi per scrutare nella distanza.

– Eccolo – disse a mezza voce – manca poco.

Davanti a lui, occultato dalle nubi di polvere, si stagliava Il Ritrovo: un agglomerato di rocce e metallo che emergeva come una lancia appuntita e frastagliata contro l’orizzonte. Millenni addietro doveva essere stato un edificio costruito dall’uomo, uno degli ultimi grandi palazzi in cui si diceva che vivessero e lavorassero centinaia di individui; con il passare del tempo, le intemperie, gli smottamenti e l’incuria avevano contribuito a farlo diventare un tutt’uno con le formazioni geologiche circostanti, trasformando la costruzione in una nuova entità, morta ed eterna. Un luogo perennemente vuoto che ospitava forme di vita solo nei pochi giorni in cui Ash-Raam e il suo lontano fratello vi si davano appuntamento.

Si vedevano lì ogni volta a distanza di anni e solo in quelle circostanze avevano la possibilità di parlare e di confrontarsi, cercando di colmare l’abisso che li divideva; felici di ritrovarsi nonostante le differenze, legati da un affetto che neppure la frattura che li aveva separati era riuscita a cancellare.

– Sono già passati cinquant’anni – rifletté Ash-Raam, pensando a quante cose avesse visto nel frattempo, su quanta desolazione avesse posato gli occhi. Il paesaggio delle terre che visitava si faceva sempre più sconfortante a mano a mano che le epoche progredivano. L’entropia pareva inarrestabile. Solo il lavoro degli appartenenti all’Ordine sembrava porre un argine al disfacimento di quel mondo in rovina.

– No, è sbagliato pensare così – si disse – È solo un’altra trasformazione. Un giorno, tutto diventerà comprensibile: la memoria del passato e le visioni del futuro si fonderanno con il presente e il cerchio del divenire sarà completo.

Cinquant’anni di viaggio. Ora finalmente era giunto il momento del tanto atteso incontro con suo fratello. Ash-Raam e Senzanome, come ora si faceva chiamare, condividevano lo stesso retaggio e, ognuno a modo suo, erano tra le poche persone che perseguissero il compito di rintracciare le memorie dei popoli antichi sparse in lungo e in largo sulla faccia del pianeta. Quegli incontri davano loro la possibilità di condividere le reciproche scoperte.

Innumerevoli stagioni si erano succedute nella storia del mondo e ormai ben poco di quanto vi si era trovato un tempo continuava a esistere. Nel loro eterno peregrinare allo scopo di preservare la storia dell’umanità, Ash-Raam e Senzanome raccoglievano i frammenti perduti che ancora non erano stati distrutti: cronache, memorie, esperienze, miti. Di qualsiasi cosa parlassero e qualunque fosse la loro natura, resoconto storico o opere di fantasia, documento scritto o ricordo impalpabile, i due vagabondi recuperavano le tracce del passato, le condividevano; dopodiché Ash-Raam, solo lui, le portava al sicuro nel Grembo della Grande Madre, l’alcova nascosta nelle profondità del Tempio in cui gli altri monaci le avrebbero studiate e catalogate.

Si trattava del compito più delicato che l’Ordine potesse affidare a un adepto e Ash-Raam si era assunto con piacere questa incombenza. Dopo la morte del Maestro, tantissimi anni prima, non aveva tollerato oltre la permanenza al Tempio ed era andato alla ricerca del passato per allontanarsi dal suo stesso dolore. Vagare per il mondo era anche l’unico modo che avesse per rimanere in contatto con il traditore, con colui che aveva ripudiato l’Ordine, rigettato gli insegnamenti del Maestro e messo in pericolo la sopravvivenza stessa del Tempio: colui che un tempo si chiamava Kuruõ-Mah e che ora aveva rinunciato al suo nome.

Nessun altro lo sapeva, ma Senzanome si dedicava allo stesso compito di Ash-Raam, come lui vagava senza meta, lustro dopo lustro, in cerca di tracce smarrite. I suoi talenti erano differenti da quelli del fratello e diversa era la natura delle memorie che recuperava. Ed era per questo che ogni volta, prima di rientrare al Tempio, Ash-Raam si concedeva una lunga deviazione fino al Ritrovo, dove incontrava l’esule e ne prendeva in consegna le scoperte. Per quale motivo Kuruõ-Mah avesse deciso di aiutare Ash-Raam era una questione di difficile soluzione e nessun monaco all’interno dell’Ordine, qualora ne fosse venuto a conoscenza, lo avrebbe mai compreso o accettato.

Ash-Raam era il solo a consegnare al Grembo il frutto delle loro peregrinazioni, prendendosi controvoglia anche il merito dei contributi di Senzanome. Se l’Ordine avesse saputo che metà dei frammenti che egli riportava proveniva dai suoi incontri clandestini con il traditore sarebbe stato destituito immediatamente dal suo incarico. Eppure Ash-Raam, in genere rispettoso delle regole e ligio ai propri doveri, non mancava di presentarsi a quegli incontri segreti con l’esule, così come non mancava di ricavarne sempre un immenso piacere.

Sorrise all’ombra della tesa di vimini: a quanto pareva un pizzico di ribellione aveva attecchito anche dentro di lui, dopotutto. E la cosa non gli dispiaceva affatto.

Il Ritrovo era un posto speciale.

In quel luogo, lui e Senzanome si raccontavano a vicenda le storie che avevano raccolto. Attraverso le loro voci, alla luce del focolare, esse tornavano alla vita per pochi intensi momenti. Attraverso le loro bocche in grado di decifrare e parlare lingue morte e sepolte, i miti e le emozioni dei popoli scomparsi riecheggiavano nuovamente tra quelle mura diroccate, nel crepitio delle fiamme e nel silenzio desolato. Nell’intimità dei loro dialoghi, per una manciata di giorni che galleggiavano sospesi in un oceano di solitudine, Ash-Raam sentiva un dolce calore irraggiarsi nel suo animo. Una luce famigliare si accendeva nel suo spirito, alimentata dalla presenza dell’altro. Quella era la cosa che più gli stava a cuore, e non vi avrebbe rinunciato per niente al mondo.

D’improvviso accelerò il passo, incapace di contenere la trepidazione. Presto si sarebbero rivisti. Già le nere creste puntute del Ritrovo si innalzavano nitide dal terreno, non più offuscate dai turbini di sabbia. Le avrebbe raggiunte a breve.

Senza fermarsi, rovistò nella sacca che portava sulle spalle e ne estrasse alcuni fogli delicati, avvolti in una pellicola protettiva. Il talento di Ash-Raam consisteva nel ritrovare i documenti scritti, fossero sepolti sotto cumuli di macerie, chiusi dentro forzieri di metallo o conservati sotto forma di dati digitali. Era in grado di leggerli e comprenderli indipendentemente dalla lingua. Era sempre più difficile rintracciarli, perché i materiali di cui erano composti, come carta, pergamena o circuiti, si facevano via via più fragili col passare delle ere. Ash-Raam era in grado di donare loro nuova integrità, restituirli alla loro forma originale, ma perché ciò avvenisse era necessario che una parte fosse ancora fisicamente presente. E questo accadeva di rado ormai.

Negli ultimi viaggi era stato piuttosto fortunato, aveva recuperato alcuni testi interessanti e voleva scegliere con cura il primo racconto che avrebbe letto a Senzanome, la storia che avrebbe interrotto il loro lungo digiuno.

Trovò ben presto quello che cercava, il candidato ideale.

E sorrise di nuovo.

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